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Curiosamente, l’uomo tende a definire bestialità tutte le degenerazioni che sono al contrario prerogative pressoché esclusive dell’umanità. Ecco che la sessualità che si abbandona senza freni alla lussuria viene definita bestiale e rimossa dalla sfera umana a cui appartiene. Eppure, nello stato di natura, il sesso rimane nel recinto della procreazione, tuttalpiùcon implicazioni che riguardano i rapporti di potere e la territorialità. Anche nelle speciein cui la sessualità assume il compito di cementificazione dei rapporti sociali (e mi riferisco, guarda caso, a certi generi di primati, dunque gli animali più prossimi all’uomo), essa non trascende mai in un orizzonte puramente ludico come nell’uomo, non si sviluppa nell’ossessiva ricerca di pratiche sempre più elaborate, nel tentativo di soddisfare l’insaziabileimmaginazione erotica tipica della specie umana.

Tantomeno, seppure è presente in svariate specie una certa brutalità nel rapporto sessuale, esso non degenera mai in atti di violenza fini a sé stessi, mentre nell’uomo la degenerazione arriva a fare della violenza una fonte di piacere. Di contro, i comportamenti più brutali del mondo animale rimangono circoscritti nell’ambito delle leggi della natura. Anche l’orso polare che uccide i cuccioli, lo fa per indurre la madre orsa ad accoppiarsi con lui, rispondendo ad un istinto di base: la conservazione della specie. Negli animali, come negli uomini, sono presenti pulsioni distruttive e costruttive, ma mancano quelle autodistruttive; manca quella pulsionestimolata dal peso della conoscenza, presente esclusivamente nell’uomo in quanto unico portatore di cultura compiuta, a liberarsi del retaggio della civiltà, con la sua plurimillenaria stratificazione.

Definire bestiali certi comportamenti umani, contraddistinti da una cieca e immotivata brutalità, significa rimuoverli dalla loro sfera di appartenenza, per non dover accettare che essi traggono origine dall’abisso della coscienza umana. Per questo si preferiscono i terminibestia e bestialità ad animale e animalità: questi ultimi, anche in senso etimologico, aprono il campo a una certa empatia con l’umano, in quanto portatori di anima; li si utilizza, spesso a sproposito, per indicare una mancanza di educazione, di autocontrollo, non per etichettare comportamenti di inaudita brutalità. La bestia, in fin dei conti, è l’animale nel suo aspetto meccanicistico, a cui non viene riconosciuta alcuna sensibilità, ma solo l’istintiva capacità di reagire agli impulsi.

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Siamo in Aprile, mese primaverile in cui, oltre a tanti fiori di tanti bei colori, si vedono in giro molte, più o meno adorne, corone d’alloro. Sono quelle portate in testa da ragazzi e ragazze che, finalmente, hanno completato i loro studi universitari e hanno, possiamo proprio dirlo, coronato una loro grande aspirazione: diventare dottori. Prendersi una laurea.

Già, la laurea: a chi (come il sottoscritto) in questi giorni frequenta, dovendo ancora completare i suoi studi, gli ambienti universitari, pare, girandosi intorno, di vedere solo laureati, al punto da sentirsi… Un po’ un pesce fuor d’acqua. Sembrano tanti, tantissimi questi laureati; sembra che tutti, chi prima chi poi, conseguano una laurea.

Tutta apparenza, purtroppo! Perché, nonostante più di qualcuno in Italia si laurei per davvero, le cose non stanno affatto così!

Si torna a parlare periodicamente della penuria di laureati nel nostro paese , soprattutto in prossimità dell’inizio dell’anno accademico, quando vengono pubblicati e analizzati i dati delle immatricolazioni, che vengono comparati con quelli degli anni antecedenti. E ogni volta ci si trova di fronte a dati sempre diversi, ma che alla fine raccontano sempre la stessa storia: in Italia ci si laurea poco . E chi si laurea addirittura finisce per sentirsi un fesso, visto che, in non pochi casi, un laureato, magari anche con un punteggio alto, non viene valorizzato sul mercato del lavoro o a livello occupazionale.

Si torna a parlare periodicamente della penuria di laureati nel nostro paese in Italia ci si laurea poco

I numeri lo dicono chiaramente: quelli più recenti, rilevati dall’OCSE a settembre 2017, ci dicono che gli Italiani in possesso di un titolo di istruzione terziaria (cioè di una laurea) sono appena il 18% , in totale, mentre la media dei laureati nei Paesi considerati dall’OCSE è pari al 37% ; due volte la nostra. Un dato, il nostro, che ci pone al penultimo posto del campione considerato, essendo messo peggio di noi solo il Messico. Le cose migliorano leggermente se consideriamo la ristretta fascia d’età dei “giovani adulti” (25-34 anni): i giovani adulti Italiani laureati sono il 26%, contro una media OCSE comunque più alta, attestata al 43% ; gli studenti di questa fascia d’età si laureano, in media, intorno ai 25 anni o comunque, almeno per la grande maggioranza (88%) entro i 30 anni.

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